Lauria: storia, arte, folclore e dialetto

 Le prime notizie certe su Lauria si hanno a partire dal 1079, con la “Bolla di Alfano” che riguarda la giurisdizione del Vescovo di Policastro e nella quale Lauria figura con il nome di “Uria” proprio come vuole la tradizione. Probabilmente il nucleo originario sorse, nel X secolo, intorno alla laura basiliana sita nel luogo ove poi è stato edificato il Santuario della Madonna dell’Armo. Probabilmente furono i Saraceni, che si stabilirono nella zona detta Ravita (dall’arabo Rabit – zona vicina) che edificarono il Castello oggi detto “di Ruggiero”. Dal dodicesimo secolo Lauria fu sicuramente sede di un feudo normanno in cui fiorivano artigianato e commercio. Lauria era il centro politico ed economico della Valle del Noce: feudatario era il capo incontrastato di questo microcosmo autonomo.
Capostipite della Baronia normanna è Gibel de Loria cui seguì Riccardo (dal 1254 a 1266), fedelissimo di Re Manfredi, che, insieme a lui trovò la morte nella battaglia di Benevento. Il primogenito Ruggiero divenne celebre perché fu nominato Ammiraglio d’Aragona da Pietro III: egli non fu mai sconfitto in combattimento e riuscì, più volte, ad uscire vittorioso da scontri con la flotta Angioina. Nel Trecento la città, che continuava a crescere in estensione, divenne Contea con i nuovi Signori, i Sanseverino. Del 1319 è la Bolla con cui Papa Giovanni XXII autorizzò l’Ordine dei frati minori Osservanti ad iniziare la costruzione di un monastero in Lauria, ora distrutto ma definito, all’epoca, “magnifico”. Nel XV sec. il Conte Stefano Sanseverino, assai attivo e concreto, specie nel campo militare, fu costretto a stringere d’assedio la città di Maratea, insorta al dominio perché passata con gli Angioini.
Il XVII secolo è caratterizzato dalla presenza riflessa in Lauria del Cardinale Lorenzo Brancati, che rimase profondamente legato al luogo che gli aveva dato i natali. Per la sua presenza, diretta e non, il Seicento vide in Lauria ampliare il Convento dei Padri Cappuccini (1619), ultimare il Palazzo Vescovile, svolgersi, presso l’Episcopio, il VI Sinodo della Diocesi, stabilire che il Vescovo risiedesse per sei mesi all’anno nella residenza di Lauria, donare, da parte del Barone Sanseverino, al potente Abate di San Filippo molti beni e pertinenze tra cui fondi siti in Castelluccio, Rivello e Tortora. Il centro subì un notevole sviluppo estensivo che, purtroppo, ebbe una battuta d’arresto con la peste de 1655, quando oltre un quarto della popolazione morì.

Arte

Degni di nota sono il quartiere Cafaro, il rione Taverna nel quale sono presenti la Regia cappella borbonica di S.Ferdinando e una antica fontana ottocentesca, i resti del medievale Castello detto di Ruggero, il Santuario dell’Assunta di età preromanica, la Chiesa Madre S.Nicola, ricca di opere di varie epoche nella quale si trovano le reliquie del Beato Domenico Lentini, il Convento Cappuccini conservante un affresco del 1600 e le tele del polittico di Ippolito Borghese, la restaurata casa natia del Beato Lentini, i quartieri Palestro e Cerruto, la Chiesa S.Giacomo del XV sec. con un pregevole coro ligneo dello stesso periodo, il Convento dell’Immacolata del 1500 che conserva un chiostro ed un campanile trecentesco di ottima fattura, e infine la Chiesa del Purgatorio.

Folklore

Il folklore è caratterizzato dal susseguirsi delle manifestazioni e delle feste popolari, che accompagnano le feste religiose. Dal 25 febbraio del 2000, il Beato Domenico Lentini, il “Servo di Dio”, è il patrono di Lauria, ma la caratteristica di Lauria di essere divisa in due grandi rioni ed avere contrade molto popolose lontane dal centro, ha portato alla consacrazione dei rioni e delle contrade a diversi Santi protettori. Oltre alla festa del Beato, il 25 febbraio, si annoverano, quindi, grandi feste popolari di lunghissima tradizione. Il rione superiore festeggia San Nicola di Bari, a cui è dedicata la chiesa madre, il 9 maggio; il rione inferiore, invece, festeggia il 25 luglio San Giacomo Maggiore Apostolo, a cui è dedicata la chiesa del rione inferiore e una delle piazze più belle di Lauria. A Seluci, la parrocchia è dedicata alla Madonna del Carmine che si festeggia la prima domenica di agosto. Feste di grande importanza sono anche quella di Sant’Antonio, al quale è dedicato il convento dei padri cappuccini del rione superiore, il 13 giugno, quella di San Rocco, cui è dedicata una cappella e una piccola piazza del rione inferiore, l’ultima domenica di settembre, e quella della “Madonna dell’Armo” che si svolge il 15 agosto intorno alla cappella della “Madonna Assunta”, arroccata sulla collina dell’Armo, adiacente alle rovine del “castello Ruggiero” a protezione dell’intero paese. Ogni festa è solitamente accompagnata da sagre (come quella della “fresedda c’a pummadora”, il 15 agosto e quella della distribuzione ” du pedi du purcu (piede di maiale)” in occasione della festa di S. Antonio il 13 giugno presso il convento dei padri cappuccini) e da mercati. Non mancano grandi e suggestivi fuochi d’artificio, in particolare quelli in occasione delle feste di San Giacomo, di San Nicola e dell’Assunta.

Dialetto

Il dialetto lauriota è, come per il resto della provincia, fratello della lingua napoletana, con delle varianti attribuibili al calabrese. D’altra parte la localizzazione geografica di Lauria, posta proprio tra la Campania e la Calabria, ha consentito che la lingua locale subisse accostamenti fonetici e grammaticali ai dialetti delle regioni limitrofe, in particolar modo dalla Campania; nel caso specifico di Lauria, inoltre, sussistono delle piccole differenze dialettali tra i due rioni, Superiore (u castiddu) ed Inferiore (u burgu). Attualmente il dialetto lauriota è parlato principalmente da persone anziane, mentre fra i giovani sta subendo un processo d’italianizzazione. Negli ultimi anni è stato rivalutato dalle varie rappresentazioni teatrali che si sono tenute in zona, che vedono partecipe, tra gli altri, anche un noto attore come Rocco Papaleo.

 

 

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Fidanzamento e matrimonio nel tempo
Gli usi e i costumi di una comunità sono molti, quelli che hanno stimolato la nostra curiosità riguardano il fidanzamento e il matrimonio nel nostro paese. 
Abbiamo fatto una ricostruzione dei fatti  attraverso i ricordi dei nostri nonni e dei nostri genitori  e la lettura di documenti.
La nostra ricerca comincia dal fidanzamento che risale agli anni trenta. Poi attraverso la lettura di vari documenti siamo venuti a conoscenza di tutti gli elementi necessari per il corredo delle spose degli anni sessanta.
Le usanze legate alla preparazione del matrimonio e la festa del giorno delle nozze hanno origini remote e si sono conservate, in particolare nelle zone rurali, fino a qualche decennio fa.

Classi IV e V Plesso Melara 

 

Il Parco del Vulture

Spesso noi alunni della Scuola Primaria di Rionero in Vulture ci rechiamo nel Parco del Vulture per osservare direttamente e conoscere meglio la flora e la fauna del posto in cui viviamo. Il video sottostante mostra la visita guidata al Parco del Vulture realizzata dagli  alunni di classe II A-B

FLORA E FAUNA DEL VULTURE

fauna e flora

La vegetazione spontanea del nostro territorio presenta caratteri non autonomi, ma comuni alle regioni limitrofe. Considerando l’ampia fascia boschiva dominano piante legnose caducifoglie (Cerri) miste ad altre specie che formano complessi minori. In questa fascia sono riassunti i vari aspetti della vegetazione arborea sub mediterranea che sono più chiaramente distinti in altre parti dell’ Appennino meridionale. Al Cerreto prevalente vediamo alternarsi la roverella, il leccio, l’acero. Tali essenze assumono i caratteri del bosco misto in un’ampia zona posta al Nord della fiumara di Atella con l’Ofanto. Al disotto del Cerreto vi è il classico sottobosco di piante arbustive, le più diffuse delle quali appartengono ai generi Carpinus, Prunus, Robus, Rosa, Crataegus. Al disopra della curva di livello di 600 m. sul mare, fino e non oltre gli 850 m. è la sede dei castagneti. Il castagno vive mescolato spesso a querce e nella zona superiore ai faggi. Fitti castagneti ricoprono i rilievi vulcanici del Vulture. Spesso si associa al castagno anche il cerro, quercia sud-europea che può raggiungere con alberi isolati i 1400 metri, partendo da un limite inferiore che è pressappoco come quello del castagno. Il sottobosco, già di per sé, nel castagneto, poco caratteristico, risente della generale degradazione del soprasuolo e comincia ormai a cedere a specie infestanti essendo state nel frattempo abbandonate anche le periodiche operazioni di pulitura. La parte più alta del territorio è uniformemente coperta dal Cerreto. Il sottobosco non presenta caratteri distintivi particolarmente originali, in esso vegetano varie specie di felci, l’Anemone e il Narciso in stupende fioriture primaverili. Tra le numerose specie arbustive diffuse nei campi del territorio ve ne sono alcune di particolare interesse come l’Arundo donax e la Clematis vitalba i cui giovani rami erbacei vengono mangiati bolliti.

Per quanto riguarda la fauna la distribuzione della copertura arborea e la conseguente modifica dell’habitat naturale, hanno portato la totale scomparsa di diversi animali: Cervo, Capriolo, Gatto selvatico, Lupo, comuni fino a poco tempo addietro, come narrano gli anziani contadini del luogo. Tra i mammiferi dobbiamo ricordare: la Lepre, la Volpe, il Tasso, la Martora, la Puzzola, la Donnola, la Faina, il Ghiro, lo Scoiattolo e il Riccio. Alcuni vertebrati sono andati scomparendo, ancora presenti, anche se in numero molto ridotto, l’istrice, il lupo che compare di rado durante gli inverni più rigidi e il cinghiale. Tra i volatili troviamo la civetta, il passero, l’allodola, il tordo, lo storno e la quaglia. Dei rapaci non vi sono che falchi e nibbi. Tra i rettili si segnala la vipera che vive nascosta tra il fogliame dei boschi e delle valli, la lucertola e la serpe. Tra gli anfibi il rospo comune e la rana. La fauna ittica è scarsa. Quella di acqua dolce si segnala per le carpe, tinche, barbi e alborelle, queste ultime conosciute come sardine lacustri. Le acque dei laghi di Monticchio non sono eccessivamente ricche come varietà di pesci. Si tratta in particolar modo di una fauna litoranea che vive il più delle volte addensata in alcuni banchi. Risulta presente con densità notevole il pesce persico. L’anguilla è presente in misura discreta. A queste tre specie principali si aggiungono altre di secondaria importanza sia come numero che come pregio commestibile.

Il mio paese “ RIONERO IN VULTURE”

Rionero è situato nella parte settentrionale della Basilicata e fa parte della provincia di Potenza.

Confina ad ovest con la provincia di Avellino e quindi con la Campania.

Si trova a 656 metri sul livello del mare. Ha un territorio interamente montuoso e collinare perchè sorge sulle falde orientali del monte Vulture. Questo monte con le sue sette cime, da qualcuno paragonate con le sette note musicali, fa da sfondo al paesaggio e sovrasta i due laghi di Monticchio. Nella sua vegetazione dà ricetto ad una grossa farfalla notturna, esistente oggi solo in Asia: la BRAMEA.

Il toponimo rivela l’origine vulcanica della località collinare. Il suo clima è rigido durante il periodo invernale e mite nelle altre stagioni. Dista 49 km da Potenza; il capoluogo si può raggiungere per mezzo della ferrovia, con l’autobus o con la macchina seguendo la superstrada.

Rionero è al centro di una zona molto popolata ed ha intorno  numerosi paesi che la circondano formando quasi un anello. Da qui infatti partono diverse strade che permettono di raggiungere facilmente detti paesi. Dista appena 3 km. da Barile, la cui origine si deve alle immigrazioni di Albanesi di Scutari e di Croja, avvenute nel 1478 cioè oltre cinque secoli fa. A 8 km. di distanza è situata Rapolla, antichissimo centro abitato e un tempo sede vescovile fino al 1528, 16 km. separano Rionero da Melfi, altro centro abitato antico e importante, attuale sede vescovile. Questa cittadina conserva ancora l’antico castello medioevale ed è l’ultimo paese a nord della Basilicata e confinante con la Puglia e la Campania. A 8 km. è situata Ripacandida, anche questo paese medioevale. Rionero si trova a 30 km. di distanza da Venosa, paese antichissimo e importante centro abitato, patria del grande poeta Orazio ed in cui è possibile trovare testimonianze dell’epoca romana. Sulla S.S.93 a 20 km. da Rionero si trova il castello di Lagopesole che fu sede di Federico 2°.

Struttura urbana

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La struttura urbana ha subito, negli anni 60, notevoli cambiamenti. Essi si verificarono a causa di eventi naturali che hanno indotto le autorità ad emanare nuove regole nel modo di costruire le abitazioni. I terremoti del 1930 e del 1980 hanno provocato gravissimi danni e le ristrutturazioni avvenute e quelle in corso fanno apparire il paese più bello.

Rionero ha un territorio comunale di soli 53,1 kmq e la sua popolazione, divisa fra il centro comunale e le frazioni di Monticchio Bagni e Monticchio Sgarroni, risulta essere di poco superiore a 12000 unità.

ATTIVITA’ PRODUTTIVE

Le attività produttive della città sono prevalentemente agricole e industriali. La coltivazione della vite, dell’olio e di frumento sono le colture più importanti ma anche la pastorizia ha un buona produzione.

Dopo il terremoto del 1980 sono sorte delle industrie quali la FIAT, la Barilla, industrie di divani, e altre piccole industrie che sono di ausilio alla FIAT.

L’economia della città si basa sull’artigianato, sul commercio e sul terziario privato o amministrativo e su un’agricoltura un po’ più meccanizzata che in passato.

Nel territorio comunale vi è la presenza di sorgenti di acque minerali acidule o acidulo-ferraginose che vengono sfruttate da stabilimenti in continua espansione, sia di produzione che di occupazione.

Il turismo, nonostante la natura bellissima ed incontaminata dei laghi di Monticchio, non riesce a decollare.

Le origini di Rionero

Leggenda della denominazione:

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Non si sa con precisione l’origine di questo nome, si suppone che derivi dal nome “Rivus Niger”(ruscello nero) dal torrente imperatore che partendo dalla chiesa di Sant’Antonio Abate –fuori l’abitato – scendeva fino a gettarsi nella fiumara di Atella. Le acque di questo torrente erano di un colore quasi nero, perché riflettevano la vegetazione circostante e perché passavano tra le terre nere pozzolaniche.

Ma una leggenda narra:

sulle sponde di questo torrente un contadino arava tenendo aggiogati al suo aratro un bue bianco e uno nero. Siccome questo ultimo non seguiva più pazientemente il lavoro, il contadino incitandolo col pungolo pare abbia detto: “Ar niur”(Ara nigro). Da qui il nome del luogo. Sarà una leggenda, ma è certo che ancora oggi in dialetto rionerese noi diciamo “ Ar niur” parlando di Rionero, cioè proprio “l’ar niur” del contadino. L’abitato di Rionero si è costituito prima di pastori provenienti dalla Puglia e da una colonia di Greci Albanesi e poi di Napoletani. Ma l’origine di Rionero non è precisa: in un documento dell’anno1152 si fa cenno del casale di Santa Maria “De Rivo nigro” come feudo della chiesa vescovile di Rapolla. E’ certo quindi che già esisteva prima di allora ed era un borgo formato da poche case e molte grotte scavate intorno alle abbondanti acque della fontana dei “Morti” che un tempo si chiamava fontana del “Fruscio”. Gli abitanti del casale di Santa Maria “De Rivo nigro” non gradivano dipendere dalla chiesa di Rapolla, perché erano costretti a pagare numerose imposte. La vita dei nostri antenati era una vita misera e non riuscivano a pagare le imposte dei pascoli condotti nelle terre del vescovo di Rapolla. Perciò si ribellavano, inviavano proteste al re, supplicandolo, ma nessuno dava loro ascolto. Furono queste le ragioni che spinsero gli abitanti di “Rivo nigro”ad abbandonare le loro misere case e si rifugiarono nel feudo di Atella. In questo feudo il duca Roberto di Calabria aveva concesso privilegi ed esenzioni di tasse. Questo avvenne verso il 1325-30. Il luogo rimase deserto fino al 1530 circa, quando alcuni contadini albanesi, che si trovavano a Barile dal 1478, ritennero comodo occupare il luogo tenuto già prima dai Rioneresi. La nuova origine di Rionero risale al 1533, tale data si vedeva scolpita su una pietra della chiesa dei “Morti” che venne a luce dopo il terremoto del 14 agosto 1851 I primi abitanti di Rionero furono pastori e agricoltori che lasciarono Atella perché c’era la malaria e si trasferirono nel luogo che i loro padri avevano abbandonato tanto tempo prima, cominciarono a dissodare il terreno che collega le parti occidentali di Atella a Rionero e coltivarono la segale e la patata. Si sa che anche la parte settentrionale di Rionero era completamente zona di bosco e si estendeva fin sotto dove passa la strada ferrata che unisce Rionero a Barile. La parte orientale verso Ginestra e Ripacandida fu coltivata a vigneti e uliveti. Al suo sorgere Rionero era più che un “ Casale”della terra di Atella, ma già da allora prometteva bene per la sua aria pura e per le sue abbondanti acque sorgive. La popolazione di Rionero aumentò rapidamente.

Alla fine del 1600 gli abitanti del “Casale” non erano più di 500 ed ecco che salivano a 3045 nel 1735 e nel 1752 erano 9000. E’ necessario ricordare che gli albanesi che vivevano sulle pendici del Vulture vissero a lungo col rito greco, finche nel 1627 il vescovo di Melfi riuscì a piegarli all’osservanza del rito latino. Intanto gli albanesi di Rionero si erano uniti con pochi carbonai, maestri bottai, vetturiali i quali di generazione in generazione avevano finito con l’influire su costumi e tradizioni degli albanesi ed imporre l’idioma italiano. Rionero però non fu mai bilingue.

Verso la fine del 1700 Rionero era uno dei più popolati centri della provincia di Potenza, infatti contava 10.000 abitanti. Essi avevano occupato tutto il fondo e le coste del vallone rivestendole di fabbricati, alcuni dei quali con portali di pregevole fattura che dicevano e dicono tuttora lo stile e la magnificenza di quell’epoca.

Portali

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Ricordiamo il portale del palazzo Fortunato in Via Garibaldi; il portale del palazzo Valanzani sulla strada detta dei “Canucci” ora via Fieramosca, il grandioso palazzo Granata nella zona dei Morti. Proprio intorno al 1700 avevano preso dimora molti signori proprietà ricche famiglie venute da fuori. Tra le tante famiglie emigrate a Rionero nel 1700 ricordiamo i Fortunato, i Granata, Giannattasio, Catena, Barone, Corona, Ciasca e molto più tardi nel 1800 prendeva dimora la famiglia Pierro il cui capostipite era Luca Pierro. Le case di questi signori testimoniano ancora oggi la grandezza e la prosperità di Rionero “Casale.”

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Il palazzo Fortunato attuale biblioteca comunale e luogo di mostre, spettacoli è sottoposto a vincolo dei Beni Culturali, tutt’oggi visitabile interamente da chiunque lo voglia

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I MONUMENTI DI RIONERO

Monumento ai caduti della 1^guerra mondiale

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Nella piazza della Vittoria, vicino alla chiesa del S.S.Sacramento è stato eretto un monumento in memoria dei 180 Rioneresi caduti nella Prima guerra mondiale. E’ costituito da una scultura su blocco di pietra a base quadrata raffigurante due giovani soldati, uno nell’atto di lanciare la bomba che stringe nella mano, l’altro con la baionetta inastata al fucile, pronto ad andare all’ assalto. Dietro queste due figure s’innalza una colonna sulla cui sommità domina la statua di Minerva, simbolo della vittoria. Completano il gruppo scultoreo due leoni situati ai piedi del monumento, che rappresentano il coraggio, che spinse tanti giovani di Rionero a donare la vita per la Patria.

Monumento al cap. Michele D’Angelo

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Nella piazza della città in ricordo del capitano d’Artiglieria Michele d’angelo, morto a Derna il 3 marzo del 1912 e nato a Rionero il 30 agosto del 1868 vi è un monumento in sua memoria. Questo uomo illustre nel 1907 col grado di capitano assume il comando di una Batteria del Primo Reggimento da Campagna. Scoppiata la guerra Italo-Turca, il 26 gennaio del 1912 parte al comando della 15^ Batteria di rincalzo alle truppe che si trovavano a Derma. Distintosi in varie azioni militari, cadde nel corso della battaglia del 3 marzo. Meritò la medaglia d’oro al Valor Militare,la cui motivazione è incisa sul monumento, voluto e fatto erigere da G. Fortunato: “Esemplarmente intrepido diresse il fuoco a protezione di fanteria in avamposti respinse numerosi attacchi del nemico//giunto a brevissima distanza dai pezzi.C adde eroicamente colpito a morte//in mezzo alla sua batteria”.

Monumento al generale. Giuseppe Pennella

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Nella villa comunale nei pressi della stazione ferroviaria vi è un bel monumento del gen. Giuseppe Pennella, comandante dell’8^Armata. Nato a Rionero l’8 agosto 1864 da Antonio e da Maddalena Plastino a 13 anni viene mandato al collegio militare di Napoli. Nel 1882 frequenta la scuola militare di Modena ove consegue il brevetto del Corpo di stato Maggiore.. Scrittore, conferenziere, musicista, allo scoppio della Prima Guerra Mondiale viene scelto col grado di colonnello del generale Cadorna come capo della sua segreteria. Nel 1916 è Capo di Stato Maggiore della IV Armata, nel 1917 dirige come comandante della 35^ Divisione un Corpo di spedizione in Macedonia, ottenendo la Commenda di karaheorgevich Serbiate, poco dopo, la promozione a Tenente Generale. Designato dal Generale Armando Diaz al comando dell’VIII Armata del Montello, si distingue nella battaglia del Solstizio de 15 giugno 1918 e manifesta il suo alto valor militare nella guida dell’avanzata dela22^divisione italiana e della 48^ divisione inglese dall’ altopiano di Asiago a Giavera e a Pergine, che vengono liberate prima del 4 novembre. A guerra finita, viene mandato a comandare il Corpo d’Armata di Firenzee, dove muore il 15 settembre 1925.

Monumento a Michele Granata

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Nato a Rionero il 25 novembre 1748 da Ciriaco e Maddalena Lauria, recatosi giovanissimo a Napoli per gli studi, entrò nell’ Ordine de Carmelitani Scalzi col nome di padre Francesco Saverio. Nominato ne 1778 professore di filosofia e matematica nella Reale Accademia Militare di Napoli, si distinse come valente insegnante, desideroso di fare dei suoi discepoli uomini liberi . Nel 1787 è arrestato con l’accusa di giacobinismo. Partecipò ai moti del 1799 e fu commissario della Repubblica Partenopea. Alla caduta di questa, fu imprigionato ed impiccato a Napoli in Piazza Mercato il 12 dicembre 1799. A Rionero ne onorano la memoria una lapide apposta sul muro esterno della casa natale in Via Umberto 1°, l’intitolazione della scuola media e un busto marmoreo nei pressi della stazione ferroviaria, opera dell’ing. Giuseppe Catenacci.

Stele al gen. Aurelio Cappiello

Questo monumento è stato posto nella zona Piano Regolatore, tra le stazioni di benzina ESSO e AGIP è stata innalzata dall’Amministrazione Comunale in ricordo di questo generale dei carabinieri. Nacque a Rionero il 13 agosto 1898 da Aquilante Michele e da Irene Pennella, sorella del gen. Giuseppe Pennella, si arruolò in fanteria nel 1917 e combattè sul fronte della 2^ armata. Nel 1920 entrò nei Carabinieri con il grado di Tenente e resse fino al 1931 i vari Comandi della zona territoriale. Dal 1931 al 1934 fu in Somalia con il corpo delle truppe coloniali e da capitano comandò i Carabinieri dello scacchiere dell’Amba Alagi nel battaglione “Toselli”. Valoroso combattente nella 2^ guerra mondiale nel 1953 Cappiello divenne colonnello e andò a reggere la legione di Cagliari; nel 1956 generale di brigata al comando della 7^ Brigata a Padova. Nel 1960, promosso generale di divisione, comandò la divisione “Pastrengo” a Milano; fu poi a Roma nel 1962 con l’incarico di vice comandante generale dell’Arma e qui morì l’11 settembre 1962. Aveva già ricevuto una decorazione al valore militare, 6 encomi solenni e 2 croci al merito di guerra.

Stele ai trucidati

A metà strada tra il bivio per Monticchio e la chiesa di Sant’Antonio l’eccidio di 16 rioneresi per mano dei tedeschi il 24 settembre 1943 è ricordato da una stele in marmo, eretta nel 25^ anniversario, con i nomi dei trucidati: Buccino Emilio, Di Lucchio Pasquale, Di Lucchio Pietro, Di Pierro Antonio, Mancasi Angelo, Manfreda Donato, Manfreda Giovanni, Manfreda Pasquale, Santoro Antonio, Santoro Gerardo, Sibilia Pasquale.

Busto bronzeo di Giustino Fortunato

Fatto erigere dall’Amministrazione comunale di Rionero in Vulture nel 1981, è collocato nel giardino del Palazzo avito di Giustino Fortunato. Il monumento è stato inaugurato il 12 luglio 1981nel corso della commemorazione del 50^anniversario del grande meridionalista. L’epigrafe è stata dettata da Pietro Borrano.

 

Le origini di Lauria

Secondo la tradizione, Lauria sarebbe sorta intorno al 400 a.C per opera di due capitani greci: Teocle e Menippe.
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Essi fecero rotta verso il Mar Tirreno e giunsero in un luogo accogliente, oggi chiamato  Piano dei Peri, nella valle del Noce.
Qui ebbero due segni bene auguranti: il volo di una colomba e  l’apparizione dell’ arcobaleno o iris.
Decisero allora , di costruire una città, che fu chiamata IRIA da iris.
In seguito il nome  IRIA si trasformò in URIA e, finalmente in LAURIA.

 DA “LAURA” BASILIANA
Secondo altri, infine, Lauria avrebbe avuto origini medievali e sarebbe sorta intorno ad una “LAURA ” basiliana, antica residenza di monaci, seguaci di San Basilio, molti dei quali provenienti dalla Romania a causa di persecuzioni religiose, iniziate intorno al 700.
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Un’altra ipotesi sulle origini di Lauria è quella che essa sarebbe sorta dalla fusione degli abitanti di tre città:  BLANDA, SELUCI, IRIA.
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Blanda era una città che si trovava tra Maratea e Tortora e fu disrutta dai Saraceni.
Seluci si estendeva verso il fiume Sinni nel territorio occupato dall’odierna contrada Seluci e fu distrutta durante la seconda guerra punica per essersi ribellata a Roma.
Iria infine, occupava il territorio sotto il lago Sirino, lungo il fiume Torbido.
Scomparve per cause sconosciute.
Gli scampati di queste tre città, si rifugiarono intorno al castello di Lauria che essi chiamarono LAURO,  per la grande quantità di piante di lauro che vi cresce.  Al nome Lauro fu aggiunta poi, la parola IRIAE  per distinguere  gli abitanti di Lauria da quelli di Lauro in provincia di Avellino.
Da LARUM IRIAE, quindi sarebbe derivato il nome Lauria.
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Classe terza B plesso G. Marconi