Il Brigantaggio

Dal cortometraggio ” Darsi alla macchia” realizzato dalla nostra scuola

Il Brigantaggio sconvolse per circa dieci anni le piccole comunità della Basilicata e fu causato da ragioni politiche sociali ed economiche. La miseria e la fame allora erano tali che i contadini, o meglio i manovali di campagna, si sfamavano di cocomeri crudi, mangiavano pane di segala o di miglio, rarissime volte mangiavano la carne. La vita del contadino era stentata e i suoi lavori nei fondi dei padroni, faticosissimi; il suo compito era quello di lavorare e sudare per far divertire nel lusso i nobili, mentre egli diventava sempre più misero, inoltre il sentimento morale della sua famiglia veniva macchiato disonorato da chi credeva suo protettore . La fame, il disonore, le ingiustizie dei signori fecero nascere il disordine fra il popolo e favorirono il Brigantaggio.

Così il contadino si dà alla montagna, si fa brigante e libero di quella libertà selvaggia che dà il disprezzo della morte, la ribellione della legge, scanna, saccheggia e arriva così a dominare col terrore e con lo spavento i suoi antichi padroni .Famiglie intere furono uccise, i cadaveri trascinati per le strade e fatti a pezzi.

A Rionero in Vulture tali notizie turbarono la popolazione già impressionata per la mancata cattura di “ Crocco”, un brigante della stessa Rionero che si era nascosto nei fitti boschi di Lagopesole – antica residenza estiva di Federico II° che si estendono per circa 40 chilometri a sud del Vulture.

Ma chi era” Carmine Crocco”?

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Il 1830 a Rionero in Vulture nacque Carmine Donatelli Crocco. Il padre Francesco era pastore e contadino, la madre Maria Gerarda di Santomauro, accudiva alla casa al marito e ai suoi figli ed esercitava il mestiere di cardare la lana. Entrambi cercavano di non far mancare nulla ai propri figliuoli. Nel 1836, la madre di Crocco aveva già dato alla luce cinque figli e il sesto stava per venire al mondo il diavolo, invidioso della felicità che regnava in quella casa cominciò a perseguitarli.

Era l’ora di pranzo, tutti erano seduti intorno al tavolo su cui era stato posto un gran scodellone di minestra fumante, avevano cominciato a mangiare, mentre la mamma dava il latte al più piccolo figliuolo.

Questo gruppetto, felice pur nella miseria fece invidia a “Satana” che volle guastarlo per sempre.

In un cantuccio della stanza vi era un altro gruppo felice di bestiole: conigli e galline, che mangiavano erba .

Il diavolo si servì di quelle bestiole per portare la sventura in quella casa.

Inaspettatamente un magnifico cane levriero entrò, con un salto, nella casa e afferrato un coniglio scappò fuori. Tutti i ragazzi strillando rincorsero il cane per togliergli la preda. Uno di loro corse a prendere il bastone, col quale diede un formidabile colpo sulla testa del cane che morì sul colpo.

Il cane apparteneva a un ricco signorotto del tempo, don Vincenzo C. il quale non vedendo più il cane presso di sé, tornò indietro e vedendolo morto cominciò a picchiare i ragazzi col suo frustino.

La madre intervenne chiedendo prima scusa, poi implorando perdono , ma tutto fu inutile, il signorotto continuava a picchiare forte il piccolo Donato, uno dei fratelli di Crocco.Allora la madre si scagliò contro quello scellerato, ma egli imbestialito gli assestò un vigoroso calcio nel ventre e la poveretta cadde a terra mezza morta. Dal 1836 al 1839la povera donna fu costretta a letto.

Qualche tempo dopo, una mattina, il famoso signorotto si recava in campagna sul suo bel cavallo, quando prima di arrivare al punto detto la” Torre” fu colpito da una fucilata che lo fece ruzzolare a terra insanguinato.

Ingiustamente incolpato il padre di Crocco, venne incarcerato.

Questo fatto fece peggiorare le condizioni di salute della madre che in breve tempo impazzì.

E’ da immaginare la vita di quei ragazzi con il padre in carcere e la madre pazza, maltrattati più che accuditi da una parente quanto mai avida.

Dopo 31 mesi di carcere il povero uomo fu dichiarato innocente: un uomo morendo aveva confessato di aver attentato alla vita di don Vincenzo C. per motivi di onore.

Il padre di Crocco venne scarcerato, ma messo sotto sorveglianza. Era questa una vera ingiustizia!

Nell’animo di Crocco cominciò a germogliare l’odio e, come si sviluppa la sua forza fisica, così cresceva il desiderio di vendetta. A 15 anni non aveva paura di nessuno. Il suo odio esplose quando la sorella Rosina gli comunicò, mentre egli prestava servizio militare a Gaeta, che un signorotto di Rionero, un tale don Peppino C. voleva disonorarla. Non potendo più sopportare tanta iniquità scappò da Gaeta uccidendo una sentinella. Di notte giunse a Rionero si appostò nei pressi della casa di don Peppino e mentre questi a notte inoltrata rincasava lo uccise. Compiuta la vendetta si dette alla campagna e quindi al brigantaggio. Nell’inverno del 1860-61 “Crocco”aveva già riunito intorno a sé i galeotti fuggiti dalle prigioni ed ex soldati vagabondi e disoccupati. A primavera l’incredibile Crocco marciava contro i paesi e le città della zona e con ferocia compiva ricatti vendette e stragi. Gli abitanti vivevano in ansia, i proprietari vedevano le masserie derubate, la loro esistenza minacciata.

Il Governa promosse la legge PICA del 15-8- 1863, stabilì tribunali militari per reati di brigantaggio. Vi furono condanne, fucilazioni, vi furono punizioni e condanne anche per persone innocenti. Così anche la famiglia Fortunato non fu risparmiata. Il padre e due zii di Giustino Fortunato furono arrestati, perché accusati di favoreggiamento nei riguardi del brigantaggio. Rimasero detenuti 18 mesi nelle carceri di Potenza. La casa fu sconvolta e l’intera famiglia rimase umiliata.

Giustino Fortunato allora aveva appena 13 anni, ma impressionato da tanti avvenimenti cominciò a guardare i contadini con un sentimento di compassione per la loro vita disumana e comprese i loro improvvisi scoppi di violenza e di odio. Quando tornò la calma Giustino Fortunato e il fratello Ernesto ritornarono a Napoli per continuare gli studi, anche perché la famiglia, turbata da questi avvenimenti si trasferì a Napoli nel 1862.

Conseguita la licenza liceale si iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza nel 1870 si laureò.

Dopo la laurea pensò che suo compito era quello di prodigarsi per il miglioramento del Mezzogiorno d’Italia. Così nel 1880 inizia la sua vita politica e entra a Montecitorio. Si potrebbe dire tanto di Giustino Fortunato, ma noi rioneresi siamo soprattutto debitori di due opere singolarmente a noi tutti utili: la divisione del territorio comunale con Atellane la strada ferrata dall’Ofanto a Potenza per il versamento orientale del Vulture.

Nel 1884 infatti discute in Parlamento la questione sulle linee ferroviarie ofantine. Il 5 giugno1885 il Consiglio Superiore, dietro presentazione del progetto da parte della Società delle Ferrovie Meridionali, approva gran parte del progetto sul tratto da Potenza fino a Rionero. Un mese dopo la legge del 20 luglio 1888 n. 5550 che sanciva le convenzioni stipulate con le società esercenti per la costruzione di alcune linee complementari, fra cui la Rocchetta – Potenza.

Vincenzo Maria Granata

VINCENZO MARIA GRANATA

Fu un altro uomo illustre Rionerese, nacque il 1°marzo del 1828 a Rionero in via S. Nicola n. 17, da Benedetto e Raffaela Raiola. Trascorse l’infanzia e l’adolescenza a Rionerone rione della Costa e quindicenne dietro pagamento di cento ducati,entrò nel Convento dell’Ordine dei Minori Riformati di Laurenzano e assunse il nome di Fra’ Antonio, che poi cambiò in Fra’ Francesco Saverio in omaggio e per memoria del suo illustre prozio. Nel 1860 lasciò il convento e si trasferì a Venosa dove aprì una scuola privata molto frequentata dai giovani.

Nel 1865 venne a Rionero dove inaugurò una scuola privata di letteratura italiana; ma spirito inquieto e desideroso di vedere cose nuove emigrò in America.

Nell’America del Sud rimase quindici anni acquistando una certa notorietà come scrittore e cantore della Pampas e come collaboratore di parecchi giornali. Nel 1889 il poeta, a seguito della febbre gialla che vi era in quella zona del Brasile e preso dalla nostalgia della patria lontano, ritornò a Rionero, dove scrisse poesie in vernacolo, interpretando l’indole, le tendenze , le consuetudini e le aspirazioni del popolino del suo paese. Riprese anche l’insegnamento privato che tenne fino alla sua morte. Morì il 19 aprile 1911 in Via Rampa Pisacane n.19.

DALLA RACCOLTA DELLE POESIE IN VERNACOLO

Un tempo la cantina era il luogo dove i contadini si incontravano, specialmente nelle giornate d’inverno nei giorni di festa, per la parti a carte o per gustare del buon vino mangiando la carne di maiale e peperoncini fritti o qualche altro buon piatto paesano preparato dalla moglie del “cantiniere”. Vincenzo Maria Granata in questa poesia ci fa rivivere una scenetta fra due amici che si recano appunto alla cantina che allora era chiamata in dialetto “Lu ciddàro”.

A la Cantina

Sciamo, sciàmici a fa nu bel litrett;

vi che scionta ri carn’!sciam’l’a mangià;

la facìm frisci cu lu pupunciedd’;

e po…e po ‘ntun’tu ca ntum’pur’io

passàmo lu tiemp’, uè cumm vòle Dio,

cu lu siffritt, e cu lu trumunciedd’.

E ndo avìm ra scì? A quàl ciddaro

Da, da, a la cantin ‘ri la Stazione,

chi tène, quann’tràs, na graziata,

e ngi facìm pure na scìuquàta.

A la scòpa?…A la scòp’ nun sàcci fa;

io vòglio sciuquà a la rispirata!….

Addìo, Gilardiedd’, che ffai?….Agg’ paciènza,

pripàrici sta sciont’ a suffrittiedd’;

òsci stacìm’ in sé, e avìm prudenza;

e’ntant’ ngi facìmo nu sciucariedd.

Traduzione letterale della poesia dal dialetto in italiano.

Alla cantina

Andiamo, andiamoci a fare un bel litretto;

vedi che pezzo di carne! Andiamocela a mangiare;

la facciamo friggere con il peperoncino piccante;

e poi…e poi bevi tu che bevo pure io

passiamo il tempo, così come vuole Dio,

con lo sfritto e con la fiaschetta.

Dove vogliamo andare? A quale cantina

La, la, alla cantina della stazione,

che tiene quando entri ,.una gradinata,

e ci facciamo pure una giocata.

A scopa?…A scopa non so giocare;

io voglio giocare alla disperata!

Addio Gerardino,che fai? Abbi pazienza,

preparaci questo pezzo di carne sfritta;;

oggi siamo in noi, e abbiamo prudenza;

e intanto ci facciamo un giochetto.

Dalla poesia “Lu Sant’ Natale” del poeta Granata giunge fino a noi la tradizione del pranzo della vigilia di Natale.

Lu Sant’Natale

R’angidd’ i capituni

Si mangin’ a Natale,

i scummar’ i capùni,

la carne ri masciàle.

Ri sicc’, ri siccitedd’,

ri triglie, i calamari,

castagne, nuci e nucedd’.

Miledd’e fich siccate,

e fascinedd’e artrite,

alici, e sard’ salate

pi maritate e zìte.

Spaghett’ e virmiciedd’,

àcci e cavul’ affiori,

e piatt’e sauzaridd’

ri tutt’ i culùri.

Po, vòt e vòt e rota

Si mett’ ra pizz’ l’art’;

lu bacclaj sta vota

si mangia senza part’.

E ‘n casa po nci facìmo

Ri petl’, i cauzuncidd’

Ri crust’ le pùr facìmo

Rumpim’ lu carusidd.

Dal dialetto in italiano

Il Santo Natale

Daglieli i capitoni

Si mangiano a Natale,

i sgombri i capitoni

la carne di maiale.

Le seppie le seppioline

Le trglie, i calamari,

castagne, noci e nocelle

e sciroppo di

Mele e fichi secchi

E carrube e

Alici,e sarde salate

Per sposare le giovani.

Spaghetti e vermicelli,

sedano e cavoli affiori,

e piatti

di tutti i colori.

Poi spingi e spingi e ruota

Si mette da parte l’arte;

il baccalà questa volta

si mangia a sazietà.

E in casa poi ci facciamo

le frittelle di pasta e i raviolini

le frappe pure facciamo

rompiamo il salvadanaio.

Un tempo il rullare di un tamburo, un uomo dalla voce squillante risolveva ogni problema di contatto con il pubblico.

C’era qualcosa da far conoscere alla gente? Il ”banditore”-naturalmente rimunerava – si portava in ogni contrada del paese per annunciare l’arrivo di rivenditori venuti da altri paesi per offrire ai compratori frutta, baccalà, pesce fresco ecc. ecc.

Se un contadino riteneva giunto il periodo di iniziare la vendita del suo vino affidava la pubblicità al banditore il quale incitava la gente a gustare quell’ottimo nettare “ri ciddàro”(di cantina).

Insomma la vendita di ogni sorta di mercanzia era affidata alla pubblicità del banditore che reclamizzava il prodotto, a volte con battute di spirito, che si può notare dalla seguente poesia:

Si scett’ lu bann’!

Currite vui, cafoni;

currite a milioni!

Qua si venn’,qua si venn’

Stu libro pi na penn’.

Virit, si venne qua,

rataplan, rataplà

Ngi so ri belle cose

rattani, mamme e spose,

cient’àute cusaredd!…

Vi fann’ crepa’ ri risa

Quann’ Zunz e Ngcco pisa.

Vnite, si rire qua

Rataplan, rataplà.

Si v’enghino la vozz’,

vi portano ncarrozz’.

Piscià riversamente

Vi fann, tinitl’a ment’.

Can un sapit legge

Ngnuranti ri la legge.

Né vi vulit’ mparà,

rataplan, rataplà.

Dal dialetto in italiano

Si grida il bando’!

Correte voi contadini;

correte a milioni!

Qui si viene, qui si viene

questo libro per una penna.

Vedete si viene qui,

rataplan, rataplà.(intercalare)

Ci sono le belle cose

rottami, mamme e spose,

cento altre cosine!

Vi fanno crepare di risate

uando Zunz e Francesco pesa.

Venite si ride qui

rataplan, rataplà.

Si riempiono il gozzo

Vi portano in carrozza.

Urinano diversamente

e vi fanno tintinnare la mente.

Voi non sapete leggere

Ignoranti della legge.

Ne volete imparare,

rataplan, rataplà.

Molti anni fa quando non c’era tanto benessere come oggi, nella ricorrenza del 2 novembre, le donne e i ragazzi più bisognosi andavano in casa di conoscenti, per chiedere qualcosa in nome dei Defunti.

Il popolino era convinto – e forse è convinto ancora oggi – che l’offerta giovasse a suffragare le anime dei loro cari morti. Ma l’offerta, come sapremo dalla poesia, consisteva nel dono di un poco di pane nero e di granoni e grano lessati. La poesia parla anche di una consuetudine, che ancora oggi viene rispettata, e cioè della processione al cimitero nel giorno della ricorrenza dei defunti.

D’ ànime rii murt’

D’ ànime rii muort’! vann grirannquistii uagliuni nùosti pi la via,

e ri fèmine gross’ ca pur’ngi vann’

cu panàr e vantèr arrassisia

unt’e pisunt’e visazz’ pi ngi mett’

gràno, grandinii cuott’ e pàn virnett’.

Lu sagristàn rii muort,e lu custòre

ri lu camp’sant’ pi s’appiccia ri lampe

vanno pi int’ a la chiesa, e vann’ pi fòre,

(ca d’anime frusciano ndo ri vampe)

circann’ i soldi p’alliggirì lu male

cu la vursett ri lu curpuràle.

Ma la chiù cara, e la chiù bella cosa

iè la priggission a lu Camp’Sant’;

quera iè na funziòn’ assài piatosa.

Si vai fra luc’ è scur, ri tant’ intant

la Banna sòn’appriess’ q lu tavùto

amar’amar’ cu lu còre puntuto.

Ri fem’ne, ri figliole e i uagliuni

Vann’ ndret a la Bann’ a pass’ a pass’….

Dal dialetto in italiano

Le anime dei morti

Le anime dei morti! Vanno in giro

Per la strada i nostri ragazzi,

e pure le donne adulte

con il paniere e il grembiule, piegato con un lembo alla cinta,

sporco e unto e le bisacce per metterci

grano, mais cotto e pane scuro.

Il sacrestano dei morti, e il custode

del cimitero per accendere i lumi

vanno prima dentro la chiesa e poi fuori,

(le anime bruciano nella fiamma)

chiedono soldi per alleviare il dolore

con la borsa di lino bianco.

Ma la più cara, e la più bella cosa

è la preghiera al cimitero;

quella è una funzione molto pietosa.

Si va fra la luce e il buio, di tanto in tanto

La Banda suona dietro alla bara

molto triste con il cuore rammaricato.

Le donne, le ragazze e i giovanotti

vanno dietro alla Banda passo a passo.

Nel posto in cui oggi si trova la “Fontana Grande”, chiamata anche “Baronessa”, vi era pure un lavatoio pubblico dove le donne andavano a lavare la biancheria.

In seguito il lavatoio venne spostato nel luogo in cui è stato costruito il palazzo che ospita il negozio di biancheria Carelli.

Spesso in questo lavatoio si poteva assistere a scenette come questa descritta nella poesia:

Roie lavannare sciarrano a la funtana

Sciuanna! Cumm ncapo mo ti iè vnuto

ri ti piglià lu fasciaturo mio?

L’aviìa appusciàt qua mo iè sparùto,

tu vir a quir Cristo! e quir’ Iddio!

Caccia lu fasciaturo sno so guai;

fazz’ na còsa ch’àggio fatt’ mai.

Tu vai mpaccìa, nun àggio vist’ niente:

che succio che fài tu ndo sta funtàna?

Io succio ca si làdr’ e si fitente;

càccia lu fasciatùro, ruffiana.

(raccussì accummenzn’ a fa zichizolla

Sciuanna Trighidd e Maria La nghiolla)

Io la ruffiana?! La ruffiana tu…

ah, ah… ah… ah… ah…! Nun mi fa parlà…

Caccilo mena; nun mi fa arrabbià…

Sno, sno,…sno!… vi ca piglio nu piscone?

e ti tom’l’nterra! Ah, nu piscine?

Ti vògli mett’ la cannafoca, Mariella

t’ vogli scippà i zidd a uno a uno…

Dal dialetto in italiano

Due lavandaie litigano alla fontana

Giovanna! Come ti è saltato in testa

di prenderti il mio pannolino?

Lo avevo poggiato qui e adesso è sparito,

Vedi a quel Cristo! a quel Dio!

Dammi il pannolino altrimenti sono guai;

faccio una cosa che non ho mai fatto.

Tu stai impazzendo, non ho visto niente:

non so tu cosa fai in questa fontana?

Io so che sei ladra e sei fetente;

dammi il pannolino, ruffiana.

(Così iniziano a litigare

Giovanna Tringhidd e Maria La nghiolla)

Io la ruffiana ?! La ruffiana tu…

ah, ah… ah… ah… ah…! Non farmi parlare…

Forza dammelo; non farmi arrabbiare…

altrimenti, altrimenti,…altrimenti!… prendo un sasso?

e te lo tiro e ti faccio cadere a terra! Ah, un sasso?

Ti voglio strozzare, Mariella

ti voglio tirare i capelli uno per volta…

Nella seconda metà del secolo scorso Vincenzo Maria Granata scrive una poesia in vernacolo dal titolo ” La uàrdia chi si fàce a la casa ri lu ziti la prima notte” dove mette in evidenza che la mancanza di denaro non permetteva a chi si accasava il viaggio di nozze. Perciò gli sposi dopo il banchetto nunziale a base di dolci fatti in casa rimanevano nel proprio paese. L’usanza voleva che la casa che li accoglieva per la prima volta, doveva essere sorvegliata per tutta la notte da qualche parente ed amico dello sposo. Questo perchè qualche vecchio pretendente ( deluso ) della sposa o un nemico poteva per disprezzo ( ornare) la porta della casa che accoglieva la nuova coppia, con la (castiddana) una specie di corona fatta con ossi di animali. E’ quanto ci viene detto dalla poesia

Uh! Tonno fràte mio, e ndo si stàto?…
Stanotte, sài? Cu mamm’t’aggi agguardato:
picche nun si ritir’, e ndo iè scruto?….
Oh! Stai a la cantìn ri lu Nasuto!…
Travaglio mio! E si sciòc a ri carte?…
Si stài ra quess’o ra quèr’ àuta parte?
Che cart’ e cart’! Cu Ngicc’ aggio la Zita
Uardàt’ ri Scurliccio; si chiama Rita;
s’no vi, facienno ri castiddane
r’ oss’ ri ciucci, ri muli, ri nquarche cane.
Vrite mo st’ Arniiuro che ti face;
nun puòi fa niente cumm’ a te pare e piace!
Cu lu rui bòtt càric’ a mitraglia
S’uno s’accost’ pi Crist’, ma come quaglia!
Tum, tum, tutum a l’aria ogni mezz’ora,
si nun sni vann’, so gaài… A la malora!…
Tu sòra mia, tu nùn ti marità;
cu nùi e semp’ cu nùi tu t’hài ra sta.

Dal dialetto in italiano

La guardia che si fa alla casa dello sposo la prima notte

Uh! Antonio fratello mio, e dove sei stato?
Stanotte, sai? Con mamma ti ho aspettato:
perché non ritorna e dove è andato?
Oh! Sarà alla cantina del Nasuto!
Travaglio mio! E se gioca a carte?
Se sta da questa o da quell’altra parte?
Che carte e carte! Con Francesco ho guardato la sposa
di Scurlicchio si chiama Rita
altrimenti gli facevano la corona
di ossa di asino, di mulo, di qualche cane.
Guarda un po’ Sant’Arniuro che ti fa;
non puoi fare niente come a te pare e piace!
Con il fucile carico come un mitra
se qualcuno si avvicina per Cristo, ma come funziona!
Tum, tum, tutum in aria ogni mezz’ora,
se non vanno via, sono guai ….Finisce male!…
Tu sorella mia, non ti sposare;
sempre con noi devi restare.

Nella raccolta di poesie di Michele Granata non poteva mancare una canzone d’amore dedicata alle belle figliuole di tre rioni di Rionero: “Chiancantino, i morti, e la costa.”

Ri trei Tarisucce

Tarisùccia a Chiancantino
Iè nu fiore di giardino
Capa bionda, facci tònna,
pare proprio na Madonna.
Ma quir uocchi e quèra vòce
M’hanno posto semp’ncroce.
Quann’iè tiemp’ r’ amarène
Ngi àggi ritt’:mi vuoi bene?
Tann’ ntoscia, nu rrisponn’
Quèra vocca ri Madonna!….
Uard nterr’…Po rire, vi!…
Bella mia, mi fai murì.
Tarisùccia ri i Murt
Parla’ aròce e uàrda stuort’;
ma iè bèlla, e iè pulita,
porta mbront’ la calamita!
Vài a l’acqua, e vài fora,
Nun si strcqua, e semp’ addòra;
tèn r’ aniedd’ e i circiedd’,
fac’ l’amòr cu Ngiccariedd’!
Tarisuccia ri la Costa
Bella iè, ma facci tòsta;
lu Rusàrio sèmp rìce,
fac’ na nzeng’ la cusitrice,
Ndo la chiazz l’agg impruntàta
Ndo la Chièsia, arucchiata
Tarisòdda, Tarisòdda,
lu travaglio nun t’ ingòdda!
Tarisuccia a Chiancantino
Iè na ròsa ri giardino,
iè nu giglio r’ Avemaria!…
Quèssa iè la sposa mia!

Dal dialetto in italiano

Le tre Teresine

Teresina a Chiancantino
è un fiore di giardino
testa bionda, faccia rotonda,
sembra proprio una Madonna.
Ma quegli occhi e quella voce
mi hanno sempre infastidito.
Quando è tempo di amarene
le ho detto :mi vuoi bene?
Allora zittisce, non risponde
quella bocca di Madonna!
Guarda a terra…Poi ride, guarda!
bella mia mi fai morire.
Teresina de Morti
parla dolcemente e guarda storto;
ma è bella, ed è pulita
porta in fronte la calamita!
Va a prendere l’acqua, e và in campagna,
Non si stanca,è sempre profumata;
ha gli anelli e i cerchietti
è fidanzata con Ngiccariedd!
Tarisuccia della Costa
Bella è, ma sfrontata;
il rosario sempre recita,
fà un po’ la sarta.
In piazza l’ho incontrata
nella chiesa, adocchiata;
Teresa, Teresa,
il lavoro non ti piace!
Teresina a Chiancantino
è una rosa di giardino,
è un giglio di Ave Maria!…
Questa è la sposa mia!.

Giustino Fortunato

Giustino Fortunato è nato a Rionero in Vulture il 4 settembre 1848 da Pasquale e Antonia Rapolla. Trascorse l’infazia nella sua grande casa paterna. Col fratello Ernesto, di due anni più giovane, frequentò prima il collegio dei Gesuitia Napoli e poi il convitto degli Scolopi di San Carlo alle Martelle. Conseguita la licenza liceale s’iscrisse all’Università e si laureò, nel 1870 in giurisprudenza. Ma più che ai codici si applicò agli studi letterari seguendo le lezioni tenute da Giuseppe Settembrini e Francesco De Santis. Nel 1878 Giustino Fortunato, si presentò candidato al Parlamento nel collegio di Melfi e fu eletto con 560 voti contro i 404 assegnati a Floriano del Zio. Rimase alla camera ininterrottamente fino al 1909, quando rinunziò a ripresentare la sua candidatura. Il 4 aprile dello stesso anno, per i molti meriti acquisiti, divenne, con nomina regia, senatore del Regno. Entrò nel senato il 25 maggio 1909. I suoi discorsi parlamentari, i suoi scritti storici e politici, gli articoli pubblicati in numerose riviste sono tutti imperniati sul Mezzogiorno, denunciando e mettendo a nudo le cause delle arretratezze economiche, le tristi condizioni sociali ed evidenziando le incidenze negative dei fenomeni naturali. Le amare verità denunciate dal Fortunato sono alla base della famosa “Questione Meridionale” e degli auspicati interventi straordinari dello Stato a favore del Mezzogiorno. Fra le opere più significative citiamo: Pagine e ricordi parlamentari”1920; “Il Mezzogiorno e lo Stato italiano. Discorsi politici (1880-1910)”,1926; “In memoria di mio fratello Ernesto”,1928. “Le strade ferrate dell’Ofanto”,1927. Sulla figura di Giustino Fortunato, sulle numerose sue opere di storico, sull’impegno politico e parlamentare a favore del Mezzogiorno, sul divario Nord-Sud e sui rimedi per superarlo, hanno scritto molti illustri e autorevoli studiosi. Non a caso Giustino Fortunato è ricordato come “L’Apostolo del Mezzogiorno” e come “L’Ofantino”, appellativo tributatogli per l’impegno profuso per la realizzazione delle ferrovie ofantine. E’ morto a Napoli il 23 luglio 1932.

Nel 1860 i due fratelli Giustino e Ernesto Fortunato dovettero interrompere gli studi e ritornare a Rionero e assistere alle tristi vicende della loro famiglia, trascinata anch’essa dalle lotte antiche tra le famiglie più rappresentative per il dominio locale e taglieggiata dal Brigantaggio. Giustino Fortunato allora aveva appena 13 anni, ma impressionato da tanti avvenimenti cominciò a guardare i contadini con un sentimento di compassione per la loro vita disumana e comprese i loro improvvisi scoppi di violenza e di odio. Quando tornò la calma Giustino Fortunato e il fratello Ernesto ritornarono a Napoli per continuare gli studi, anche perché la famiglia, turbata da questi avvenimenti si trasferì a Napoli nel 1862. Conseguita la licenza liceale si iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza nel 1870 si laureò. Dopo la laurea pensò che suo compito era quello di prodigarsi per il miglioramento del Mezzogiorno d’Italia. Così nel 1880 inizia la sua vita politica e entra a Montecitorio. Si potrebbe dire tanto di Giustino Fortunato, ma noi rioneresi siamo soprattutto debitori di due opere singolarmente a noi tutti utili: la divisione del territorio comunale con Atellane la strada ferrata dall’Ofanto a Potenza per il versamento orientale del Vulture. Nel 1884 infatti discute in Parlamento la questione sulle linee ferroviarie ofantine. Il 5 giugno1885 il Consiglio Superiore, dietro presentazione del progetto da parte della Società delle Ferrovie Meridionali, approva gran parte del progetto sul tratto da Potenza fino a Rionero. Un mese dopo la legge del 20 luglio 1888 n. 5550 che sanciva le convenzioni stipulate con le società esercenti per la costruzione di alcune linee complementari, fra cui la Rocchetta – Potenza.

Scuole di Rionero in Vulture

Le scuole presenti sono:

l’asilo nido

la scuola dell’infanzia, divisa in quattro plessi

la scuola primaria

la scuola media

I.S.I.S. “G.FORTUNATO” costituito dal liceo pedagogico,  scientifico e  classico

I.S.I.S. “C.LEVI” o istituto statale d’arte