Il Brigantaggio

Dal cortometraggio ” Darsi alla macchia” realizzato dalla nostra scuola

Il Brigantaggio sconvolse per circa dieci anni le piccole comunità della Basilicata e fu causato da ragioni politiche sociali ed economiche. La miseria e la fame allora erano tali che i contadini, o meglio i manovali di campagna, si sfamavano di cocomeri crudi, mangiavano pane di segala o di miglio, rarissime volte mangiavano la carne. La vita del contadino era stentata e i suoi lavori nei fondi dei padroni, faticosissimi; il suo compito era quello di lavorare e sudare per far divertire nel lusso i nobili, mentre egli diventava sempre più misero, inoltre il sentimento morale della sua famiglia veniva macchiato disonorato da chi credeva suo protettore . La fame, il disonore, le ingiustizie dei signori fecero nascere il disordine fra il popolo e favorirono il Brigantaggio.

Così il contadino si dà alla montagna, si fa brigante e libero di quella libertà selvaggia che dà il disprezzo della morte, la ribellione della legge, scanna, saccheggia e arriva così a dominare col terrore e con lo spavento i suoi antichi padroni .Famiglie intere furono uccise, i cadaveri trascinati per le strade e fatti a pezzi.

A Rionero in Vulture tali notizie turbarono la popolazione già impressionata per la mancata cattura di “ Crocco”, un brigante della stessa Rionero che si era nascosto nei fitti boschi di Lagopesole – antica residenza estiva di Federico II° che si estendono per circa 40 chilometri a sud del Vulture.

Ma chi era” Carmine Crocco”?

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Il 1830 a Rionero in Vulture nacque Carmine Donatelli Crocco. Il padre Francesco era pastore e contadino, la madre Maria Gerarda di Santomauro, accudiva alla casa al marito e ai suoi figli ed esercitava il mestiere di cardare la lana. Entrambi cercavano di non far mancare nulla ai propri figliuoli. Nel 1836, la madre di Crocco aveva già dato alla luce cinque figli e il sesto stava per venire al mondo il diavolo, invidioso della felicità che regnava in quella casa cominciò a perseguitarli.

Era l’ora di pranzo, tutti erano seduti intorno al tavolo su cui era stato posto un gran scodellone di minestra fumante, avevano cominciato a mangiare, mentre la mamma dava il latte al più piccolo figliuolo.

Questo gruppetto, felice pur nella miseria fece invidia a “Satana” che volle guastarlo per sempre.

In un cantuccio della stanza vi era un altro gruppo felice di bestiole: conigli e galline, che mangiavano erba .

Il diavolo si servì di quelle bestiole per portare la sventura in quella casa.

Inaspettatamente un magnifico cane levriero entrò, con un salto, nella casa e afferrato un coniglio scappò fuori. Tutti i ragazzi strillando rincorsero il cane per togliergli la preda. Uno di loro corse a prendere il bastone, col quale diede un formidabile colpo sulla testa del cane che morì sul colpo.

Il cane apparteneva a un ricco signorotto del tempo, don Vincenzo C. il quale non vedendo più il cane presso di sé, tornò indietro e vedendolo morto cominciò a picchiare i ragazzi col suo frustino.

La madre intervenne chiedendo prima scusa, poi implorando perdono , ma tutto fu inutile, il signorotto continuava a picchiare forte il piccolo Donato, uno dei fratelli di Crocco.Allora la madre si scagliò contro quello scellerato, ma egli imbestialito gli assestò un vigoroso calcio nel ventre e la poveretta cadde a terra mezza morta. Dal 1836 al 1839la povera donna fu costretta a letto.

Qualche tempo dopo, una mattina, il famoso signorotto si recava in campagna sul suo bel cavallo, quando prima di arrivare al punto detto la” Torre” fu colpito da una fucilata che lo fece ruzzolare a terra insanguinato.

Ingiustamente incolpato il padre di Crocco, venne incarcerato.

Questo fatto fece peggiorare le condizioni di salute della madre che in breve tempo impazzì.

E’ da immaginare la vita di quei ragazzi con il padre in carcere e la madre pazza, maltrattati più che accuditi da una parente quanto mai avida.

Dopo 31 mesi di carcere il povero uomo fu dichiarato innocente: un uomo morendo aveva confessato di aver attentato alla vita di don Vincenzo C. per motivi di onore.

Il padre di Crocco venne scarcerato, ma messo sotto sorveglianza. Era questa una vera ingiustizia!

Nell’animo di Crocco cominciò a germogliare l’odio e, come si sviluppa la sua forza fisica, così cresceva il desiderio di vendetta. A 15 anni non aveva paura di nessuno. Il suo odio esplose quando la sorella Rosina gli comunicò, mentre egli prestava servizio militare a Gaeta, che un signorotto di Rionero, un tale don Peppino C. voleva disonorarla. Non potendo più sopportare tanta iniquità scappò da Gaeta uccidendo una sentinella. Di notte giunse a Rionero si appostò nei pressi della casa di don Peppino e mentre questi a notte inoltrata rincasava lo uccise. Compiuta la vendetta si dette alla campagna e quindi al brigantaggio. Nell’inverno del 1860-61 “Crocco”aveva già riunito intorno a sé i galeotti fuggiti dalle prigioni ed ex soldati vagabondi e disoccupati. A primavera l’incredibile Crocco marciava contro i paesi e le città della zona e con ferocia compiva ricatti vendette e stragi. Gli abitanti vivevano in ansia, i proprietari vedevano le masserie derubate, la loro esistenza minacciata.

Il Governa promosse la legge PICA del 15-8- 1863, stabilì tribunali militari per reati di brigantaggio. Vi furono condanne, fucilazioni, vi furono punizioni e condanne anche per persone innocenti. Così anche la famiglia Fortunato non fu risparmiata. Il padre e due zii di Giustino Fortunato furono arrestati, perché accusati di favoreggiamento nei riguardi del brigantaggio. Rimasero detenuti 18 mesi nelle carceri di Potenza. La casa fu sconvolta e l’intera famiglia rimase umiliata.

Giustino Fortunato allora aveva appena 13 anni, ma impressionato da tanti avvenimenti cominciò a guardare i contadini con un sentimento di compassione per la loro vita disumana e comprese i loro improvvisi scoppi di violenza e di odio. Quando tornò la calma Giustino Fortunato e il fratello Ernesto ritornarono a Napoli per continuare gli studi, anche perché la famiglia, turbata da questi avvenimenti si trasferì a Napoli nel 1862.

Conseguita la licenza liceale si iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza nel 1870 si laureò.

Dopo la laurea pensò che suo compito era quello di prodigarsi per il miglioramento del Mezzogiorno d’Italia. Così nel 1880 inizia la sua vita politica e entra a Montecitorio. Si potrebbe dire tanto di Giustino Fortunato, ma noi rioneresi siamo soprattutto debitori di due opere singolarmente a noi tutti utili: la divisione del territorio comunale con Atellane la strada ferrata dall’Ofanto a Potenza per il versamento orientale del Vulture.

Nel 1884 infatti discute in Parlamento la questione sulle linee ferroviarie ofantine. Il 5 giugno1885 il Consiglio Superiore, dietro presentazione del progetto da parte della Società delle Ferrovie Meridionali, approva gran parte del progetto sul tratto da Potenza fino a Rionero. Un mese dopo la legge del 20 luglio 1888 n. 5550 che sanciva le convenzioni stipulate con le società esercenti per la costruzione di alcune linee complementari, fra cui la Rocchetta – Potenza.

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Una Risposta

  1. Questa ricerca è molto interessante parla di noi lucani, come eravamo una volta e c’è l’approfondimento su Carmine Crocco, bandito lucano. Ciao

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