Le comunità arbëresh

In Lucania sono presenti comunità di origine albanese: Barile, Ginestra, San Costantino, San Paolo ed altre. I paesi di San Costantino e San Paolo albanese nella val Sarmento ai piedi del Parco Nazionale del Pollino, sono facilmente raggiungibili da Lauria. Poche settimane fa sono stato ospite di un amico di mio  padre a San Costantino albanese. Ho fatto molte foto del paese.

Sono stato in chiesa ed ho intervistato  l’amico di padre. Più che un’intervista è un’interrogazione perchè gli ho fatto tradurre molte parole e frasi in lingua. Mi sono divertito ad ascoltare. Peccato che il signore non è voluto essere ripreso.

Molto bella è la scuola con quel disegno enorme. Peccato che in tutto ci sono solo 23 alunni … si è vero solo 23 alunni per tutte le classi della scuola!!!

Anche il forno è molto caratteristico,

ed il costume tradizionale

Il mio racconto  ha stimolato la  curiosità dei compagni ed abbiamo fatto una ricerca.
Abbiamo scoperto che la Val Sarmento è una vallata di appena 4500 abitanti e di 25 mila ettari di territorio rurale e montano. È una piccola zona del versante nord-orientale del Parco Nazionale del Pollino, dove si concentra un patrimonio unico,  di natura, di paesaggi, di biodiversità, di storia, di tradizioni, di identità, di cultura.
Attraverso rocce dolomitiche, pini loricati, boschi di faggio, cuscini di lava, nuclei abitati, comunità arbëresh, siti archeologici, in poche decine di chilometri si passa da un paesaggio “alpino” ad un paesaggio “mediterraneo”.
Alle pendici del Monte Carnara, sul versante orientale del Sarmento, e della Timpa San Nicola, sul versante occidentale, nei luoghi di “fere, sassi, orride ruine, selve incolte e solitarie grotte”, come li descriveva  Isabella Morra, negli anni del XVI secolo, le comunità arbëresh, profughe dalla Morea, hanno formato i loro insediamenti.
I due borghi rurali arbëresh, San Costantino e San Paolo, si conservano, quasi intatti, nelle loro case in pietra, nei tetti in coppi,
nei camini fumanti, nelle scale e nei ballatoi esterni alle abitazioni, negli intricati vicoletti e negli slarghi popolati dalle “gjtonie“ (il vicinato), dalle anziane donne, alcune delle quali vestono nei loro tradizionali costumi e col capo coperto nei tipici panni rossi.

Le origini delle comunità arbëresh di San Paolo e di San Costantino Albanese

Le due comunità di minoranza etnico-linguistiche di origine albanese presenti in Val Sarmento, di trecentocinquanta abitanti Shën Pali e di ottocentocinquanta Shën Kostandini, sono arrivate in val Sarmento, tra la fine del XV e gli inizi del XVI secolo,
fuggendo dalle coste orientali dell’Adriatico, dopo la morte dell’eroe Giorgio Castriota Skanderbeg, nel 1468, la caduta di Corone, nel 1470, e l’invasione ottomana dei territori balcani.
Da quelle terre devastate sono venute via intere famiglie, cariche di culture, di valori, di cuori, di masserizie. Hanno preso ospitalità in una terra, dove, sebbene arida, aspra, hanno potuto ricomporre i loro affetti, i ricordi, la storia, il lavoro, i bisogni umani; hanno potuto continuare a far germogliare vite, speranze e attività.
Erano popolazioni dedite, inizialmente, quasi solo alla pastorizia; poi, fermandosi, hanno costruito i loro insediamenti e hanno caratterizzato con le loro attività umane e con le loro opere i luoghi, i paesaggi. A causa della mancanza di vie di comunicazione hanno vissuto in totale isolamento per quasi cinque secoli, hanno conservato e difeso la loro etnia, mantenendo pressochè integri i loro usi e costumi, le loro tradizioni, la loro lingua, la loro religione, la loro cultura.
Conservano e difendono il loro patrimonio di valori; mantengono, infatti, feste religiose, riti, sagre, ricorrenze; propongono
rappresentazioni, mostre, musei di notevole significato ed interesse; la loro cultura popolare, materiale, orale è ancora viva e rappresentativa di un mondo altrove scomparso.
Ancora in uso, per esempio, è il “fastoso abbigliamento” da sposa indossato dalla donna albanese, come quello della descrizione: “scintillava di ornamenti e ricami d’oro, al collo, alle spalle e ai polsi; un largo colletto di pizzo cadeva sopra il corpetto di seta purpurea; pure di seta, e del più smagliante verde, era la sottana a pieghe”.
Le contaminazioni con le culture delle popolazioni indigene sono state quasi del tutto assenti fino agli inizi del 1900. I matrimoni, nei secoli precedenti, avvenivano, per esempio, solo tra coniugi appartenenti entrambi a comunità albanesi. I matrimoni cosiddetti misti tra un “arbëresh” (un italoalbanese) e un “lëtir” (un italiano), intorno al 1900 erano soltanto lo 0,2-0,3 %.

Ma l’azione di demolizione delle diversità, la dominanza della cultura ufficiale, della cultura dei mass-media, le ultime emigrazioni, le grandi trasformazioni sociali provocate dalla industrializzazione e dalle concentrazioni urbane, hanno causato una caduta della originaria identità.(Annibale Formica)

Pasquale Sarubbi, Classe V B plesso Marconi, I Circolo Lauria

QUALCOSA SU… IGLESIAS (classe 4ª A)

Iglesias è la nostra città, una bellissima città. É delimitata a Nord dal monte Marganai, ricco di vegetazione, dalle zone di Oridda con le quali forma un complesso montuoso molto importante, chiamato “massiccio del Linas”. Sempre a nord troviamo i laghi di Gennarta e di Bellicai, le colline di S. Angelo, Buon Cammino e Is lois. A Sud-est si estende la pianura del Cixerri, molto fertile e ad Ovest il mare con la spiaggia di Fontanamare e Masua.  

Panorama di Iglesias

Il centro abitato sorge su un piano inclinato delimitato dal colle di Salvaterra dove si trova l’omonimo castello, dal colle di Buon Cammino, su cui sorge la chiesa di Nostra Signora del Buon Cammino e dal monte Altari. Il clima è mite e temperato, il paesaggio è costituito da verdi vallate, orti, giardini, parchi naturali e minerari, una zona costiera con spiagge e stagni.  Iglesias si caratterizzava come città mineraria tanto che nel 1872 sorse  la scuola mineraria “Giorgio Asproni” che aveva il compito di istruire i capi. Oggi però tutte le miniere sono chiuse e per valorizzarle è stato istituito il “Parco Geominerario Storico e Ambientale della Sardegna”, il primo al mondo. L’UNESCO ha dichiarato i territori minerari patrimonio dell’umanità.    

Scuola Mineraria ieri

Scuola Mineraria oggi

Decidiamo di iniziare il nostro viaggio visitando il complesso di archeologia mineraria di Monteponi. In questa miniera, che si  trova vicinissima alla nostra città, si estraevano piombo, zinco e argento già in tempi antichi; i Fenici, i Cartaginesi e i Romani sfruttarono a lungo le nostre miniere.  

 All’inizio dell’anno scolastico abbiamo deciso di conoscere in modo approfondito la nostra cittadina che a noi pare bellissima.   

La presenza di fronte alla nostra scuola dell’istituto minerario ha catturato la nostra attenzione e ci ha invogliato a  documentarci su un aspetto molto importante di Iglesias:   LE MINIERE.

Iglesias anticamente era una città mineraria  molto importante, infatti le sue vicende economiche sono  state legate allo sfruttamento dei numerosi giacimenti metalliferi di argento, pirite, rame, piombo e zinco, ormai inattivi. 

Una ricchissima raccolta di rocce minerali  e materiali archeologici è custodita nel locale “ Museo di  mineralogia e paleontologia” ospitata negli edifici della scuola Mineraria.  

Inizia la nostra scoperta delle Miniere

Arrivato il momento di visitare la galleria, siamo saliti sullo scuolabus allegri e curiosi. Giunti a destinazione ci hanno accolto le guide che ci hanno condotto in una stanza dove abbiamo indossato dei caschi bianchi obbligatori per ragioni di sicurezza. Sembravamo dei piccoli marziani con una grande testa. Anche la maestra l’ha dovuto indossare e faceva ridere.

 

Noi indossiamo i caschi per entrare in galleria

 

Pozzo Sella

 Ormai pronti ci siamo diretti verso la galleria mentre la guida iniziava il suo racconto.

 

Ingresso in galleria

 

Particolare dell'ingresso di Villamarina

L’emozione era tanta e cercavamo di non farci sfuggire nessun particolare. La galleria, intitolata al marchese Villamarina,  vicerè del regno di Sardegna, è scavata a quota 171 metri s. l. m.  e collega i pozzi Vittorio e Sella.

Ha subito catturato la nostra attenzione un antico martello perforatore che funzionava ad aria compressa e veniva utilizzato per realizzare fori nella roccia grazie alla sua punta di carburo al tungsteno, con un movimento di rotazione e percussione. Nel foro poi veniva inserito l’esplosivo che frantumava le rocce permettendo l’ estrazione del minerale. 

Antico martello perforatore

 Proseguendo il nostro viaggio nella galleria siamo arrivati al pozzo Sella, scavato nel 1874, che ospitava le grandi pompe a vapore che risucchiavano le acque sotterranee difendendo così le gallerie dal pericolo di allagamento. 

 

Pozzo Sella - interno

Nello stesso pozzo è situato il maestoso argano provvisto di una grossa fune di acciaio che serviva a trascinare l’ascensore  chiamato gabbia, utilizzato per il trasporto dei minatori.    

Parte superiore dell'argano

Durante la visita abbiamo anche visto un sistema di abbattimento delle rocce con un’armatura di legno e i palchetti di sosta nei quali i minatori lavoravano in condizioni  disagiate.     

Armatura di legno

Durante la visita pensavamo al duro lavoro dei minatori che lavoravano più di 14 ore sottoterra al buio e rischiavano di morire; la vita dei minatori è stata tanto dura: molti sono morti, hanno protestato ottenendo condizioni di lavoro un poco migliori.

Galleria

 

Panoramica delle foto inserite nell’articolo

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La Pasqua oggi

Oggi la Pasqua si festeggia in famiglia ; si assiste ai riti della settimana santa , la benedizione delle palme , la lavanda dei piedi,l’adorazione eucaristica,la via Crucis, la santa messa di Pasqua. Si gustano in questo periodo le prelibatezze pasquali, piatti tipici rioneresi, le colombe pasquali ricoperte di cioccolato e uova di cioccolato con la sorpresa .

Alcune persone approfittano delle vacanze di Pasqua per fare viaggi e gite in altre città ; a Pasquetta vanno a fare la scampagnata.

La Pasqua al tempo dei nonni

La Pasqua si festeggiava in famiglia. Si partecipava ai riti religiosi. Il giovedì santo si andava in chiesa per assistere al rito della lavanda dei piedi e per ascoltare la messa. Si assisteva poi al rito dell’ultima cena , il sacerdote rappresenta Gesù che consacra il pane e il vino che diventano il sangue e il corpo di Gesù.

Il venerdì si partecipava alla via Crucis, una processione che ricorda i momenti della passione di Gesù, poi si andava nelle chiese a visitare i sepolcri. Il sabato santo si partecipava oppure si assisteva alla processione , alle dieci tutte le chiese , dopo aver acceso sul sagrato della chiesa un falò, suonavano le campane a distesa per annunciare la resurrezione di Gesù e la gente ovunque si trovasse si prostrava baciando la terra. Dopo questo momento tutti i bambini gioivano perché finalmente potevano mangiare i biscotti e i taralli che i giorni precedenti le mamme avevano preparato nelle case. I bambini andavano in giro per le case del rione con un cestino chiedendo le uova agitando nelle mani rumorosi campanacci. Nelle case preparavano i letti con le lenzuola ricamate,  coperte di seta e al centro mettevano le uova, che poi il prete avrebbe preso,  oppure il dolce tipico di Pasqua “lu panar “ in attesa che il prete passasse per la benedizione della casa. Il giorno di Pasqua ci si recava a messa con il vestito buono e poi le famiglie si riunivano a casa per il pranzo di Pasqua.

La processione del Sabato Santo

Partecipavi alla processione del sabato santo

Si, alcuni di noi partecipavano come figuranti chi faceva l’ancella, chi la Madonna, chi il legionario , il nonno di Irene suonava la tromba nella banda; altri partecipavano come spettatori.

Come si vestivano i figuranti ?

I personaggi si vestivano con abiti diversi da quelli di oggi. Erano semplici vesti bianche come quelle dei preti e si sfilava per il paese portando sulle spalle la croce e la statua della Madonna Addolorata. Inoltre c’erano i bambini che suonavano le “troccole”e quelli che portavano i ramoscelli di ulivo. I soldati indossavano i calzari e le armature del tempo romano. Altri figuranti indossavano cappucci e vesti bianche. I costumi erano conservati nelle parrocchie.

Quali dolci si preparavano ?

Si preparavano piatti a base di verdura e di carne :” lù vrret ’ “il tipico pane di Pasqua con semi di finocchio selvatico “ lù p’ccilatidd “ , molti però facevano il digiuno pasquale. Si preparava come dolce la “scarcedda “, un grande biscotto a forma di cesto “lù panar”e la bambola “la pup “.L’impasto era fatto di farina, zucchero , uova, latte , e olio e si formava un biscotto  a  forma di cestino. Al centro si metteva la mostarda e sopra si sistemava l’uovo crudo che durante la cottura diventava sodo e poi il tutto veniva ricoperto con una glassa di zucchero montata con l’albume “ lù c’ lepp “. La “pup “, la bambola per le bambine era fatta con lo stesso impasto ed era ricoperta di granelli di zucchero colorato “la s’ mndell”. Questi erano i dolci dei bambini perché a quei tempi non c’erano le uova di cioccolata . Le uova che ricevevano i bambini erano sode , venivano colorate con il carbone “lù t’ zzon “ e mangiate il giorno di Pasqua; altre uova venivano colorate e messe in un cestino con il nome di ogni bambino .

I falò di San Giuseppe: intervista ai nonni


Perchè si facevano i fuochi a San Giuseppe?

Si facevano i fuochi per festeggiare la fine dell’inverno e l’arrivo della primavera. In cima al falò “lu casazz “ veniva issata una bambola che simboleggiava l’inverno. Se la bambola bruciava tutta d’un colpo ci sarebbe stata un’annata brutta; se invece bruciava lentamente ci sarebbe stata un’annata buona.

Si preparava qualche dolce o piatto particolare?

Si preparavano piatti a base di legumi , ravioli con la ricotta dolce, pizze con la ricotta salata, zeppole con la crema.

Quanto tempo prima si iniziava la preparazione del falò ?

La preparazione del falò iniziava un mese prima. Ogni rione organizzava il proprio falò e si faceva la gara a chi riusciva a farlo più grande. Gli uomini e molti ragazzi andavano nelle vigne a raccoglievano “ r’ zeppr “cioè tralci delle viti che erano state potati. Si raccoglievano i rami degli alberi potati “r’ troppl” pezzi di albero tagliato . Si caricava la legna e le fascine sui “train” carretti e si trasportavano in paese. Durante il pomeriggio della festa si preparavano i falò accatastando le fascine sui pezzi degli  alberi tagliati .

Le donne preparavano “la pup “, la bambola di pezza piena di petardi   “i trun “.

“La pup “ che si metteva sul falò rappresentava l’inverno che bruciava, scoppiava e andava via per lasciare il posto alla primavera , inoltre rappresentava la purificazione degli spiriti maligni. La sera si accendeva il falò e grandi e piccoli si radunavano intorno festosi e le donne recitavano il rosario . Quando il fuoco era consumato e rimaneva solo la cenere ogni persona ne portava un po’ a casa come benedizione del Santo.

Montagna che passione

Montagna di nuvole,

di ombre e di fresco .

Montagne di bosco

di terra e di acqua.

Montagne di funghi

di more e di mirtilli.

Montagne di ululi

suoni e fischi.

Montagna di laghi,

turisti e cigni.

Montagna del Vulture

soffice e calda

emozioni e sentimenti

nel cuore della gente,

fai nascere ancora.

(classe 5 b)

Carnevale nella nostra scuola

Oggi noi abbiamo festeggiato il Carnevale nella nostra scuola,ci siamo divertiti e abbiamo cantato e ascoltato musica…

Abbiamo cantato una canzone che parla di una zanzara che voleva fare un viaggio in Italia e ad un certo punto ha incontrato un’ altra zanzara che era un esperto ballerino di tango…questa canzone si chiama Zanzara tango

Classe 5B e 5A